Chi lavora nel sociale mette ogni giorno empatia, energia e competenza al servizio di persone in difficoltà. Proprio questa esposizione continua a bisogni e sofferenza rende il settore tra i più a rischio di burnout, ovvero la sindrome da esaurimento legata allo stress lavorativo cronico.
Il burnout non è semplice stanchezza. È una sindrome con tre dimensioni riconosciute: esaurimento emotivo, depersonalizzazione, cioè il distacco cinico da utenti e colleghi, e riduzione del senso di realizzazione professionale. Chi ne soffre descrive la sensazione di essere esausto al punto da avere la percezione di non farcela più.
Una recente ricerca del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, condotta su quasi 20.000 assistenti sociali tramite il questionario BASIS, ha portato all’istituzione della supervisione professionale come Livello Essenziale delle Prestazioni, proprio per sostenere il benessere degli operatori .
I segnali più comuni da conoscere sono la stanchezza persistente, disturbi del sonno e dolori muscolari sul piano fisico; irritabilità, cinismo e calo di motivazione su quello psichico; infine, assenteismo e isolamento dai colleghi sul piano comportamentale.
Un caso di studio molto specifico aiuta a capire quanto il rischio sia concreto: durante un progetto di supervisione online realizzato dall’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali nell’inverno 2020-2021, un gruppo di 37 assistenti sociali ha condiviso la propria esperienza. Quasi tutte hanno raccontato di essersi sentite “al limite”, alcune vicine al burnout, arrivando a pensare seriamente di lasciare la professione per il carico di lavoro estremo sostenuto durante l’emergenza sanitaria . Un campione piccolo, raccolto in un momento eccezionale, ma che fotografa bene la fatica reale della professione.
Riconoscere questi segnali, propri o di un collega, è il primo passo per intervenire prima che la situazione peggiori.
